Il commercio internazionale continua a crescere, ma all’interno di uno scenario sempre più frammentato, segnato da tensioni geopolitiche, protezionismo e profonde differenze tra le principali aree economiche. È il quadro delineato dal nuovo rapporto del Centro Studi Confindustria “Export italiano tra fratture e nuove rotte”, che analizza l’evoluzione degli scambi mondiali e le prospettive per le imprese italiane.
Tra il 2024 e la prima metà del 2026, il commercio mondiale è cresciuto del 9%, ma con una distribuzione fortemente sbilanciata: nove decimi dell’aumento dell’export e oltre tre quarti di quello dell’import sono stati generati dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è risultato sostanzialmente nullo. A questa divergenza geografica si affianca quella tecnologica, con Stati Uniti e Asia protagonisti della crescita degli scambi legati all’ICT e all’intelligenza artificiale.
Parallelamente, la geopolitica sta diventando un fattore strutturale del commercio internazionale. Nella prima metà del 2026 sono state introdotte circa 2.200 nuove misure protezionistiche, il valore più elevato dall’inizio della serie storica nel 2009. Secondo le analisi del Centro Studi Confindustria, dal 2018 la crescente distanza geopolitica tra i Paesi ha progressivamente ridotto gli scambi: nel 2024, a un aumento del 10% di tale distanza era associata una contrazione di circa il 3% del commercio tra due economie. L’effetto risulta tuttavia meno marcato per beni capitali e semilavorati, più difficilmente sostituibili.
In questo scenario, l’export italiano mostra capacità di tenuta ma anche una forte concentrazione. Nel 2025 le esportazioni complessive sono aumentate del 3,3%, sostenute però da un numero limitato di mercati e comparti. Gli Stati Uniti si confermano centrali: rappresentano il 10,8% dell’export italiano, poco meno della Germania (11,2%), mentre l’Unione Europea nel suo complesso continua ad assorbire il 51,3% delle esportazioni. Sul fronte delle importazioni cresce invece il peso della Cina, arrivata a rappresentare il 10,2% degli acquisti italiani dall’estero.
Proprio gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali elementi di incertezza. L’inasprimento della politica commerciale americana ha portato il livello medio dei dazi applicati alla dogana al 9,6% a dicembre 2025, il massimo degli ultimi ottant’anni. Le stime del Centro Studi Confindustria indicano che allo shock tariffario può associarsi, a parità delle altre condizioni, una riduzione fino al 9% delle vendite italiane negli USA dopo nove mesi. La resilienza registrata finora dall’export italiano non riguarda infatti tutti i comparti, ma è legata soprattutto alle performance di specifiche produzioni.
Il rapporto individua però anche nuove rotte per la diversificazione dell’export italiano. India, Mercosur e Paesi del Golfo emergono come mercati di crescente interesse. In particolare, gli accordi commerciali europei con India e Mercosur possono migliorare significativamente le condizioni di accesso ai rispettivi mercati, mentre verso i Paesi del Golfo le esportazioni italiane sono cresciute complessivamente del 76% tra il 2019 e il 2025, a fronte del +33% registrato verso l’insieme dei mercati extra-UE. Si tratta tuttavia di un’area fortemente esposta alla volatilità geopolitica, energetica e logistica.
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